venerdì 31 maggio 2013

Quando il corpo perfetto diventa un ossessione: la "Vigoressia".

 dott.ssa Isabella Vommaro (nutrizionista), dott.ssa Elvira Orrico (psicologa).


Un comportamento errato verso il cibo, un controllo eccessivo del peso corporeo prolungato nel tempo, danneggia in modo notevole sia la salute che la funzione psichica e sociale, e può essere definito come un disturbo alimentare generato dalla psiche e che coinvolge facilmente il corpo.
Il termine disturbo del comportamento alimentare è oramai argomento di interesse sociale. Il disturbo alimentare deriva da una distorta immagine di se, con un estremo disagio verso il proprio corpo e con una difficoltà nelle relazioni affettive.
Il disturbo dell’immagine corporea si manifesta con una esasperazione estrema dell’ alimentazione e la difficoltà a porsi in contatto con il mondo esterno, la mancanza di considerazione per se stessi e del proprio mondo personale, la sfiducia, fino ad arrivare alla denigrazione del proprio corpo e alla totale insoddisfazione per la propria forma.
E tali tratti appena elencati sono tipici di chi arriva ad avere un approccio con il cibo problematico e disturbato. Nota anche come anoressia reverse, si riscontra un modello di comportamento verso l’alimentazione e l’esercizio fisico ossessivo, molto simile a quelli del DCA, ma rivolto in questo caso non tanto alla perdita di peso corporeo, bensì all’aumento e definizione della massa muscolare, associati alla riduzione quanto più possibile del grasso corporeo e al miglioramento della forma.
In particolar modo, gli uomini affetti da questo disturbo pensano di avere dimensioni corporee troppo piccole, spesso presentano altre caratteristiche psicologiche a rischio per disturbi mentali come ad esempio disturbo dell’umore, depressione, ansia, tendenza all’isolamento sociale, elevati livelli di perfezionismo, narcisismo e aggressività, scarsa autostima e infine disturbi del comportamento ossessivo-compulsivo.
I soggetti affetti da anoressia reverse credono di essere piccoli e deboli, nonostante l’evidenza mostri che in realtà sono grossi e ben dotati, insoddisfatti del loro aspetto fisico sempre protesi al raggiungimento del loro ideale di immagine corporea, spesso sono accaniti frequentatori di palestre, modificano il loro comportamento sociale, trascurano le amicizie, evitano di mostrare in pubblico il loro corpo, si allenano intensamente anche se malati o infortunati , rinunciano al lavoro pur di non saltare la seduta in palestra o modificare il loro programma di allenamento, adottando diete bizzarre iperproteiche e ricche di integratori di ogni genere.
Il forte desiderio, diffuso anche tra i body builder, di controllare il proprio metabolismo attraverso la dieta e l’esercizio fisico, è simile alla necessità di controllo che si riscontra tra i pazienti affetti da anoressia nervosa. A partire dall’osservazione delle modificazioni corporee assunte dal famigerato BIG JYM, fu Harrison Pope, a condurre le prime ricerche sull’argomento.
Il primo “bambolotto”, del lontano 1964, era, infatti, morfologicamente simile ad un uomo di media corporatura, né troppo magro, né ipertrofico. Con l’avvento del Business Fitness, però, mentre Barbie dimagriva sempre di più fino ad assumere le sembianze attuali, con bacino di diametro quasi inferiore alla testa, il suo compagno cresceva in muscolatura, assomigliando progressivamente al classico body builder.
Ecco perché a partire dalla fine degli anni ’90 in America, nel momento in cui si rilevava un aumento di questa patologia in ragazzi in crescita dovuto ai modelli di uomo vincente offerti dai giocattoli e dalla pubblicità, sono stati modificate le forme corporee degli action movie non più con busto con una forma fortemente accentuata di triangolo rovesciato, ma con un equilibrio tra parte superiore e parte inferiore del loro corpo.
Questo tipo di alterazione della percezione della propria immagine corporea, la ritroviamo nella sintomatologia nota come dismorfia muscolare (DM) , bigoressia o vigoressia.
Le persone colpite sono donne e uomini oltre i trent’anni, ossessionati dal proprio corpo e intenzionati a fare tutto ciò che è possibile per aumentare la massa muscolare. Chi ne soffre in realtà cerca di combattere un senso di incertezza sull’unico ambito in cui può intervenite ” l’aspetto fisico”. Dal punto di vista psicologico la bigoressia (ovvero fame di grossezza) fa sì che la ricerca spasmodica del proprio corpo come asciutto e muscoloso viene accompagnata da una consequenziale insoddisfazione cronica per quello che è il proprio aspetto fisico, accompagnato da un’ossessiva paura di perdere all’improvviso gli obiettivi raggiunti nella forma fisica.
Ecco perché il bigoressico passa la maggior parte del tempo a cercare di mantenere quel tono muscolare perfetto raggiunto con anni di sacrifici e rinunce. Accanto ad una visione del proprio corpo deformata riscontriamo anche un’alterazione dello schema cognitivo.
La ricerca ossessiva della perfezione, denota un progressivo distacco della realtà, e da tutti è percepito solo essere esclusivamente in funzione del raggiungimento di un fisico perfetto.
Insoddisfazione, ansia e perdita di autostima (derivati dalla convinzione di essere sempre poco muscolosi) spingono i bigoressici ad allenarsi in continuazione con esercizi di potenziamento muscolare a lungo nell’intento di aumentare la massa muscolare ed abolire quella grassa, a seguire diete squilibrate (alimentazione iperproteica) utilizzo di integratori e continuo controllo del peso e dei singoli muscoli e parti del corpo come pure ad assumere ormoni androgeni, farmaci anabolizzanti e sostanze ergogeniche.
L’aspetto fisico diventa un ossessione non è importante sentirsi bene ma vedersi bene. Questi comportamenti auto-punitivi, però non portano a nessun miglioramento al loro corpo ma in realtà portano ad uno stato di sovra-allenamento, con tutte le conseguente psico-fisiche che ciò comporta, e di “auto isolamento sociale”.
Dalla colazione alla cena, l’uscita con gli amici, il piacere di bere qualcosa insieme in modo rilassato, tutto ciò è considerato all’interno dell’opportunità o meno di essere fatto nel rispetto del loro programma di allenamento fisico o alimentare. Studiarsi allo specchio è una della attività preferite da queste persone nel tentativo di gratificarsi per il risultato raggiunto, ma guardandosi molto bene troveranno sicuramente sempre il centimetro ancora di troppo, sicuramente da eliminare o il muscolo non abbastanza tonico.
Allo specchio chi  ne soffre, in ge nere, non se ne rende neppure conto, ma passa molto tempo a studiarsi, gonfiai pettorali e i bici piti, controlla il volume delle cosce e la tonicità degli addominali, e anche se il suo corpo è atleti co e in forma ed è sotto gli occhi di tutti, il risultato di questo esa me è sempre lo stesso: l’immagine che lo specchio gli rimanda lo delude.
La dieta “salu tare” del vigoressico va oltre di quello di uno sportivo. Prova un po’ di tutto: frullati protei ci, proteine estratte dal latte, maltodestrine, fruttosio, destrosio, cioè zuccheri utili per reggere gli sforzi dell’allenamento. Può eliminare e mangiare solo verdure crude e, la mattina, fare colazione con gli albumi d’uovo e con sumarne altri dopo l’allenamento, tut te abitudini che dovrebbero contribui re ad aumentare il volume dei suoi muscoli.
Consumare proteine in polvere al posto del la carne, esagerare con gli  inte gratori prima e dopo l’allena mento, questo è l’inizio di un percorso che può diventare pe ricoloso, e che di sportivo ha proprio poco! L’allarme si fa più serio se lui va alla ricerca di qualcosa che dia al corpo l’energia sufficiente per far esplode re anche il più insignificante dei mu scoli.
Questa ricerca ossessiva della perfezione denota sempre più una mancanza di senso della realtà, non riescono più a trovare il sen so del limite, della normalità.
Le conseguenze sono diverse: alterazione del sonno e della fame, patologie cardiache e renali, isolamento sociale, problemi alle articolazioni e ai muscoli, forte dispendio economico, seri problemi per quanto riguarda i rapporti interpersonali, elevati stati di ansia.
Se accade, più che iniziare a preoccuparsi, è ora di affrontare il problema e le sue conseguenze sulla salute. La convinzione che essi hanno di essere troppo gracili, nonostante l’evidenza che tutti i familiari ed amici notano, può assomigliare ad un delirio.
Si potrebbe pensare che la bigoressia sia un disturbo prettamente maschile (circa il 10% degli uomini che praticano in modo agonistico il body building ne soffrono), in realtà in questi ultimi anni anche le donne che frequentano la palestra in modo agonistico stanno sviluppando questa patologia.
Per concludere osserviamo elencati i Segni e sintomi che possono portare a vigoressia o del complesso di adone:
1. Immagine di sé distorta e guardarsi spesso allo specchio
2. Mancanza ad eventi sociali, saltare il lavoro e cancellare i piani con la famiglia / amici per l’allenamento
3. Evitano situazioni in cui il proprio corpo potrebbe essere esposto
4. Non sono soddisfatti della massa muscolare del proprio corpo
5. Il mantenimento di una dieta rigorosa ad alto contenuto di proteine e pochi grassi
6. Utilizzo di una quantità eccessiva di integratori alimentari
7. Abuso di steroidi, chirurgia plastica inutile
8. Allenarsi nonostante stanchezza
9. Mantenimento di metodi di allenamento estremi
Un ruolo importante è gioca to anche dai modelli culturali di bellezza e prestazione fisica nei contesti sportivi, dalle pressioni di compagnie, allenatori, com petizioni. Se, poi, alla base, ci so no un senso di inadeguatezza, la paura di fallire ma anche la bas sa statura, ci si convince di poter risolvere le proprie fragilità co struendosi una fisicità imponen te, in palestra, ma anche a tavola.
E’ un gioco altamente pericoloso che dà l’illusione che un giorno potremmo essere felici col nostro nuovo e perfetto corpo.
La cosa difficile può essere riuscire a far comprendere a chi soffre di vigoressia o bigoressia che questi eccessi sono il sintomo di una profonda insicurezza.
In genere non riconoscono il loro disturbo in quanto tale, e non si rivolgono a uno specialista affinché li possa aiutare. Può essere di grande aiuto un percorso di psicoterapia, ma serve anche l’intervento del medico o di un equipe con diverse figure professionali che possano cooperare per il riequilibrio corpo-mente del paziente.

Ritroviamo l'equilibrio!

Giorno 11 Giugno 2013 alle ora 16.30 vi aspetto presso l'Associazione Serenamente donna e mamma per questo importante incontro a tema sulla gestione del peso corporeo e dell'equilibrio psicofisico in situazione di dieta o di ritrovato equilibrio corporeo.
Prenotate il vostro posto.





venerdì 26 aprile 2013

Nuovo incontro fame nervosa

E' in programma un nuovo incontro sulla gestione della fame nervosa, la dott.ssa Elvira Orrico e la dott.ssa Lorenza Siciliano vi aspettano presso l'associazione "Serenamente donna e mamma"

venerdì 5 aprile 2013

La gravidanza: la gestazione mentale dell’uomo.



Da diversi anni viene posta grande attenzione agli aspetti psicologico-emotivi presenti nella donna in gravidanza e nel puerperio; ma non altrettanta cura veniva rivolta ai loro compagni, i padri, che, anche se in modo diverso, attraversano anche loro una sorta di gestazione. Infatti l'uomo, durante i nove mesi di gravidanza, si può trovare in una sorta di "limbo", perché a differenza della donna lui non si trova a vivere i cambiamenti fisici ed emotivi della gravidanza sul suo corpo, che potrebbero aiutarlo a prepararsi alla genitorialità e al suo nuovo ruolo. 

Il fatto di non poter vivere sulla propria pelle la gestazione non sempre rende automatico nell'uomo il crearsi di un legame affettivo profondo con il proprio bambino, come avviene con più facilità (ma comunque non sempre) per la donna. Il poter assistere alla nascita del proprio figlio è un momento fondamentale per il neopadre, è il primo vero contatto reale con questo bambino immaginato, con cui tutto è ancora da costruire. Nell'uomo infatti, agiscono forze aventi tendenze dicotomiche, da un lato, compare lo sviluppo delle dinamiche che consentono l'assunzione del ruolo paterno con sentimenti che agevolano tale processo, dall'altra forze conflittuali che fanno emergere per lo più i meccanismi di difesa, paure e resistenze ad assumere tale funzione. 

Anche i due stessi termini padre e paternità rivestono significati diversi. Proviamo a vederlo insieme; mentre il padre è quell'uomo che, insieme a una donna, procrea un figlio oppure quell'uomo che, facendo richiesta insieme alla propria consorte, ottiene dalla legge l'affido e/o l'adozione di un minore, la paternità è un processo inter e intra-soggettivo che si costruisce prima sul rapporto intrapsichico del padre nei confronti del figlio, poi nella relazione interpersonale che egli instaura con la prole. Di conseguenza possiamo ben comprendere come sia assolutamente diversi i tempi di realizzazione e sviluppo della figura genitoriale per l'uomo e per la donna, e non sempre nell'uomo e nella coppia viene vissuto con serenità il fatto che madre e padre abbiano bisogno di percorsi e tempi differenti per creare un legame affettivo nella propria testa e nel proprio cuore con il bambino che sta per nascere. 

A volte le donne si lamentano del fatto che il loro partner non sembra particolarmente "preso" dalla loro gravidanza, che non parla spesso con la pancia né la accarezza. Ma non si tratta né di indifferenza né di superficialità. Sono solo tempi e percorsi diversi. La donna che vive nel proprio corpo ogni giorno per nove mesi i cambiamenti e gli sviluppi del suo bambino è normale e naturale sviluppare un legame affettivo profondo. Lo sviluppo del senso di paternità arriverà più tardi ma con la stessa naturalezza con cui la donna ha sviluppato il suo senso di maternità. 

Non dobbiamo sottovalutare il fatto che l’uomo, così come la sua compagna di vita, si crei dei problemi sul suo futuro ruolo di padre. Così come la futura mamma anche il futuro papà , il più delle volte, si chiede se sarà un buon padre, osserva la sua compagna parlare del loro bambino con un'intensità ed un'emozione che può non riconoscersi e chiedersi cosa ci sia di sbagliato in lui, perché non ami suo figlio come lo ama lei. Sono domande legittime, sono il frutto di un processo che percorre strade differenti in tempi differenti rispetto alla donna. E questo può essere causa nell'uomo di un senso di esclusione dalla diade materno-infantile e della futura comprensione del comportamento materno nei confronti del bambino arrivato in famiglia. 

Inoltre l’attesa di un figlio porta l’uomo a ripensare al suo rapporto con il proprio padre in un viaggio a ritroso, non sempre facile, tra sentimenti e episodi della giovinezza e dell’infanzia. Anche la donna riconsidera il proprio rapporto con la madre e in base a questo può decidere di seguirne il modello o di prenderne le distanze. Ma la differenza, nel caso dell’uomo è che, per quanto il rapporto con il padre sia stato felice, difficilmente potrà “attingere” alla propria esperienza, poiché i papà di oggi sono profondamente diversi da quelli delle generazioni precedenti. Un tempo il figlio rappresentava la continuazione della stirpe e il padre l’autorità. Oggi questi ruoli sono superati e gli uomini faticano a trovare modelli di riferimento cui rifarsi. Immaginare il padre che saranno diventa quindi più difficile. 

I nuovi padri sono chiamati a un arduo compito: “inventare” un nuovo modello  che non ha precedenti nella storia. È la prima volta, infatti, che l’uomo condivide l’esperienza della gravidanza e partecipa al parto e alle cure del bebè, entrando in un mondo che, fino a pochi decenni fa, era considerato di esclusiva competenza femminile. Ma i nove mesi sono un tempo privilegiato anche per riflettere su se stessi, per fare il punto della situazione, riconsiderando sogni, progetti e priorità. 

Durante la gravidanza l’uomo non si crea solo delle domande e delle problematiche riguardo al suo ruolo di futuro padre, ma in modo assolutamente naturale la coppia si può trovare a vivere delle difficoltà anche dal punto di vista sessuale. Non di rado l'uomo ha difficoltà a vivere con la serenità di sempre i rapporti sessuali con la compagna in gravidanza. Può sentire più o meno consapevolmente di violare quel misterioso e magico luogo dove suo figlio sta crescendo; può temere, nonostante le rassicurazioni dei medici, di fare del male al piccolo o di provocare contrazioni pericolose per la compagna. Altre volte, soprattutto quando la gravidanza è in fase avanzata, i cambiamenti del corpo della compagna possono incidere sul senso di attrazione sessuale che prova l'uomo. Può cambiare, nella fantasia maschile, l'immagine erotica della propria donna, da "oggetto del desiderio" sessuale, a figura assolutamente materna, andando a modificare transitoriamente l'istinto sessuale maschile. 

Il dialogo all'interno della coppia diventa allora fondamentale, per far sì che la donna comprenda ed accolga le difficoltà del proprio compagno senza suscitare in lui inutili sensi di colpa e senza sentirsi rifiutata sessualmente. La coppia, durante la gravidanza e nei mesi successivi al parto, può incontrare significativi, e generalmente transitori cambiamenti nelle proprie abitudini e stili di relazione; profondo rispetto, comprensione e condivisione sono fondamentali perché essa attraversi questo periodo in maniera costruttiva, sostenendosi a vicenda e trovando giorno dopo giorno un nuovo equilibrio per affrontare al meglio la grande avventura del diventare genitori. 

La vicinanza e la condivisione tra futuri genitori è importante per la futura mamma che, grazie alla presenza del compagno, vive con maggior serenità la gravidanza, ma è un’opportunità preziosa anche per l’uomo che, piano piano, impara a fare conoscenza con il proprio piccino. In questo sono di grande aiuto i primi movimenti del bambino che il futuro papà può sentire posando la mano sul pancione. E ben presto il bimbo imparerà a riconoscere la voce paterna e a interagire con lui, rispondendo al saluto e alle carezze del papà con una serie di calcetti e di capriole.
Anche i controlli ecografici possono facilitare la “conoscenza” tra padre e figlio. Vedere il proprio piccino sul monitor è un’opportunità per crearsi uno scenario mentale più veritiero.

sabato 30 marzo 2013

Perché abbiamo paura dello psicologo?



Lo psicologo è una figura professionale che fa paura. La maggior parte delle persone che vengono nel mio studio, dopo le presentazioni iniziali, si rivolgono a me dicendo :- ahhhh!!Dottò io mica sono pazza o malata?!?!?! -.Questo perché lo psicologo si porta dietro di sé il retaggio che curi i pazzi! E questo fa sì che il più delle volte si arriva nello studio dello psicologo dopo averci pensato e ripensato, dopo che si è riusciti a tenere tutto nascosto a chi ci circonda quasi come se dovessimo vergognarci della nostra richiesta di aiuto. Ma se pensiamo al perché ci si rivolge allo psicologo, tutto questo non dovrebbe crearsi nel pensiero dell’uomo, poiché non c’è niente di male nel chiedere aiuto. 


Proviamo a pensare alla vita che conduciamo tutti i giorni, allo stress, all’ansia, al tram tram cui siamo soggetti. E a chi non è mai capitato di trovarsi in situazioni di crisi, di forte disagio o di grande cambiamento come la nascita di un figlio, la morte di un parente stretto, il matrimonio, un licenziamento? E quante volte ci siamo fermati a riflettere sul fatto che non riuscivamo ad uscire dalle suddette situazioni? Non trovavamo gli strumenti … e così abbiamo ceduto all’ansia, alla depressione, gli attacchi di panico. È in queste situazioni, prima di cedere, che lo psicologo può aiutare! 

Infatti, lo psicologo è il professionista che capisce il disagio che si sta attraversando, aiuta a trovare la risposta ai perché che ci affliggono in quel momento e così normalizzare, tranquillizzare riguardo a ciò che si sta’ vivendo. 

I malesseri psicologici sono spaventosi: come si avverte un sintomo ci si spaventa; la prima volta è un trauma che si cerca immediatamente di dimenticare.
Ma poi capita che si ripresenti una seconda volta, una terza e poi ancora.
E ogni volta la persona fa di tutto per arginare e contenere i "danni" dei sintomi. Non ne parla per vergogna e ci si difende sempre più nell'attesa angosciosa che si ripresenti il sintomo. 

Alla fine però, il sintomo diventa parte della vita della persona, diventando cronico, sepolto sotto tutto ciò che una persona ha fatto per "nasconderlo", "non pensarci", "metterlo da parte". 

Con l'aiuto dello psicologo la persona impara a capire che la mente umana mette in atto le più svariate strategie per fronteggiare le situazioni difficili e/o dolorose: alcuni funzionali, altre no. E quando si presentano le strategie non funzionali, perchè limitanti la vita di una persona, l'aiuto di un professionista è è fondamentale per imparare nuove strategie per fronteggiare i problemi della vita. 

Questo non vuol dire che la persona sia sbagliata o che il suo modo di vivere sia sbagliato: significa che un problema richiede una soluzione che una persona da sola non riesce a trovare. Le strategie che mettiamo in atto di fronte ai problemi, alle sfide che la vita ci pone le impariamo sin dall'infanzia e si consolidano nel tempo, attraverso l'esperienza e la maturità. Alcune strategie ci saranno utili per tutta la vita e in tutte le situazioni. Altre risulteranno inefficaci e questo non perchè ci manchi qualcosa e quindi siamo sbagliati ma perchè in quella situazione non ci siamo mai trovati prima, quindi non abbiamo gli strumenti adatti per fronteggiarla! 

L’incontro con lo psicologo permette all’altro di migliorare la qualità della propria vita, prima che questa sia realmente compromessa. Anzi, una breve frequentazione con lo psicologo è auspicabile all’interno del progetto di crescita personale, per migliorare la propria efficacia come genitori, uomini, donne, lavoratori. 

L’obiettivo è pur sempre quello di vivere una vita appagante e, se vogliamo usare un termine romantico, felice. E se dovesse capitare che, costruire la propria soddisfatta felicità, significhi incontrare un professionista, impariamo a non aver paura di prendersi cura di noi. 



Oltre alle varie situazioni di malessere psicologico, l'aiuto dello psicologo è utile per: 
  • migliorare se stessi e la qualità della propria vita: sintomo di "salute mentale" 
  • risolvere problemi, chiarire se stessi, imparare ad essere più sereni 
  • ottenere un aiuto obiettivo perchè conosce le tecniche per controllare le situazioni e per analizzarle 
  • interpretare in modo più razionale le situazioni della vita 
  • parlare liberamente, esprimendo in serenità i propri pensieri, emozioni e paure, contando sul supporto empatico di un professionista che non giudica e di cui ci si può fidare, essendo vincolato al segreto professionale (esteso anche ai familiari). 

Vorrei terminare l'articolo di oggi parlando delle 4 frasi più frequenti che mi sento ripetere nel mio studio: 

1. Io non ho bisogno dello psicologo perché sono abbastanza intelligente per sbrigarmela da solo!: Tutti noi abbiamo i nostri “punti ciechi”, e sicuramente l'intelligenza o meno non ha nulla a che fare con il disagio psicologico. Un bravo psicologo non dice cosa fare o come vivere la propria vita. Ma darà una prospettiva esperta esterna e consentirà di scoprire cose di se stessi in modo da poter avere un quadro più chiaro del proprio comportamento e del modo di relazionarsi con sé e con gli altri e, di conseguenza, fare scelte migliori. 

2. Si va dallo psicologo solo se si è pazzi!: Non è necessario avere una diagnosi con un problema di salute mentale per “andare dallo psicologo”. La maggior parte delle persone che seguono un percorso di sostegno psicologico cercano aiuto per le preoccupazioni di tutti i giorni: problemi relazionali, stress da lavoro o, per esempio, dubbi. Altri si rivolgono allo psicologo nei momenti difficili, come per affrontare un lutto o una separazione. 

3. Gira gira tutti gli psicologi vogliono parlar dei genitori!: In realtà questo è uno dei miti più duri a morire!E’ dagli anni'50 che non si centra più il lavoro sul complesso di Edipo o Elettra, sulle colpe dei propri genitori, ecc.. Restare nel presente e nel disagio “qui ed ora” , con uno sguardo alla propria storia familiare, è la modalità con cui lavorano buona parte degli psicologi. 

4. Si va dallo psicologo per sfogarsi, quindi qui vengono solo i piagnucoloni: Molti erroneamente credono che si va dallo psicologo per sfogarsi con qualcuno, come un amico. Allora perchè non andare da un amico e risparmiare tempo e denaro? Purtroppo il lavoro che il paziente fa nel suo percorso di sostegno psicologico è molto duro e faticoso. Una lamentela fine a se stessa, con il tempo non porterebbe da nessuna parte. Il miglioramento viene proprio da uno sguardo più obiettivo su se stessi e la propria vita, e attraverso l' assumersi la responsabilità delle proprie azioni e del proprio disagio. Lo psicologo da un aiuto concreto, ma è il paziente, alla fine, che deve fare il lavoro più duro.

domenica 17 marzo 2013

Incontro a tema sulla fame emotiva.

Vi aspetto giorno 21 marzo 2013 presso l'Associazione donna e mamma sita in via 1° Maggio n° 20 a Cosenza, prenotate il vostro posto, ne parleremo insieme.


venerdì 15 febbraio 2013

Gruppo on line di gestione del peso corporeo e della fame emotiva





Sto organizzando on line un gruppo di gestione del peso corporeo e della fame emotiva, il tutto naturalmente gratuito.
L'impegno sarà di una volta ogni quindici giorni per un'oretta circa e ci organizzeremo al meglio secondo gli impegni di tutti/e. 
L'organizzazione del gruppo avverrà su fb, sulla pagina: http:www.facebook.com/Psicologiagestionedelpesofamemotiva, in forma assolutamente privata.
Farò in modo che siate seguite/i così come vengono seguiti/e tutti coloro che seguono il gruppo in studio. 
Il tutto è ancora in organizzazione ma intanto raccolgo le adesioni. 
Se siete interessate o volete altre informazioni contattatemi in privato con un messaggio su fb o tramite mail a: elviradoc@libero.it.
Vi aspetto!!