sabato 30 giugno 2018

La noia nei nostri bambini, alleata della creatività!


Ai genitori la noia del proprio bambino viene spesso vissuta come un problema da risolvere a tutti i costi, si cerca di far di tutto per soffocarla scandendo ogni minuto e ogni momento libero del proprio bambino, con ritmi a volte insostenibili per lo stesso. E invece per lui è un'opportunità di crescita da cogliere, un diritto. Vediamo insieme perchè la noia è importante per i bambini.

Annoiarsi permette al bambino di iniziare a pensare, riflettere, viversi il silenzio e così mettersi in moto per trovare di fare qualcosa per superare la noia stessa. Ecco l'importanza della noia, dare al bambino un'opportunità in più per crearsi la sua indipendenza fisica e psicologica.

La noia è il modo immediato per sviluppare la sua creatività. Ci si lamenta in questi ultimi anni che i bambini di oggi siano privi di fantasia e creatività, spenti davanti a cellulari oppure tablet e televisioni, ma non ci chiediamo il perchè. Probabilmente il tempo della noia viene rubato da tutti questi “tappabuchi” elettronici che non permettono al bambino di star li e godersi il “vuoto” della noia, far ripartire il suo pensiero e mettere in pratica quello a cui si è pensato.
Teresa Belton, scienziata inglese esperta di problemi dell'infanzia e dell'apprendimento, sostiene che la noia è “la linfa segreta della creatività”. Avere tempo per pensare può aiutarli a scoprire meglio ciò che li rende felici. Perciò, ai bambini deve essere lasciato lo spazio idoneo per gestire in modo personale il loro tempo e non avere tutto programmato e gestito dagli adulti.


Ecco perchè la noia deve essere rispettata da noi adulti e dobbiamo accompagnare il piccolo con amore ed estrema pazienza nelle attività da lui trovate per superarla, godendosi anche la lentezza che può accompagnare tutto il percorso. È inutile tartassarlo di domande inutili e incalzanti per cercare di aiutarlo nel colmare questo vuoto, perchè tutto ciò farà leggere al nostro bambino tra le righe che questa sua inattività momentanea o lentezza è assolutamente sbagliata, non deve ritrovarsi in questa situazione pericolosa e quindi lui è sbagliato!


Come sostiene la Belton: “Facciamo dunque i giusti onori alla noia. Questa buona fata che costringe i nostri bambini, sbadigliando, a scegliere ciò che è davvero utile per loro


mercoledì 6 giugno 2018



“Non posso” gli dissi. “Non posso!”
“Ne sei sicuro?" mi chiese lui.
“Si, mi piacerebbe tanto sedermi davanti a lei e dirle quello che provo... Ma so che non posso farlo."
Jorge si sedette come un Buddha su quelle orribili poltrone azzurre del suo studio. Sorrise, mi guardò negli occhi e, abbassando la voce come faceva ogni volta che voleva essere ascoltato attentamente, mi disse:
“Ti racconto una storia..
E senza aspettare il mio assenso Jorge iniziò a raccontare:
“Quando ero piccolo adoravo il circo, mi piacevano soprattutto gli animali. Ero attirato in particolar modo dall' elefante che, come scoprii piu‘ tardi, era l'animale preferito di tanti altri bambini. Durante lo spettacolo quel bestione faceva sfoggio di un peso, una dimensione e una forza dawero fuori dal comune... Ma dopo il suo numero, e fino a un momento prima di entrare in scena, l‘elefante era sempre legato a un paletto conficcato nel suolo, con una catena che gli imprigionava una delle zampe.
Eppure il paletto era un minuscolo pezzo di legno piantato nel terreno soltanto per pochi centimetri e anche se la catena era grossa e forte, mi pareva ovvio che un animale in grado di sradicare un albero potesse liberarsi facilmente di quel paletto e fuggire.
Era davvero un bel mistero. Che cosa lo teneva legato, allora? Perche’ non scappava?
Quando avevo cinque o sei anni nutrivo ancora fiducia nella saggezza dei grandi. Allora chiesi a un maestro, a un padre o a uno zio di risolvere il mistero dell' elefante. Qualcuno di loro mi spiegò che l'elefante non scappava perche’ era ammaestrato.
Allora posi la domanda ovvia: “Se e‘ ammaestrato, perche' lo incatenano?". Non ricordo di avere ricevuto alcuna risposta coerente.
Con il passare del tempo dimenticai il mistero dell' elefante e del paletto e ci pensavo soltanto quando mi imbattevo in altre persone che si erano poste la stessa domanda.
Per mia fortuna, qualche anno fa ho scoperto che qualcuno era stato abbastanza saggio da trovare la risposta giusta:
L'elefante del circo non scappa perche’ è stato legato a un paletto simile fin da quando era molto, molto piccolo.
Chiusi gli occhi e immaginai l'elefantino indifeso appena nato, legato al paletto. Sono sicuro che, in quel momento, l‘elefantino provò a spingere, a tirare e sudava nel tentativo di liberarsi. Ma nonostante gli sforzi non ci riusciva perche' quel paletto era troppo saldo per lui. Lo vedevo addormentarsi sfinito, e il giorno dopo provarci di nuovo, e cosi il giorno dopo e quello dopo ancora... Finché un giorno, un giorno terribile per la sua storia, l'animale accettò l'impotenza rassegnandosi al proprio destino. L'elefante enorme e possente che vediamo al circo non scappa perche', poveretto, crede di non poterlo fare.
Reca impresso il ricordo dell'impotenza sperimentata subito dopo la nascita. E il brutto è che non è mai più ritornato seriamente su quel ricordo. E non ha mai piu‘ messo alla prova la sua forza, mai piu‘...
Proprio cosi, Demian. Siamo un po' tutti come l'elefante del circo: andiamo in giro incatenati a centinaia di paletti che ci tolgono la liberta‘.
Viviamo pensando che "non possiamo" fare un sacco di cose semplicemente perché una volta, quando eravamo piccoli, ci avevamo provato e avevamo fallito.
Allora abbiamo fatto come l‘elefante, abbiamo inciso nella memoria questo messaggio: Non posso, non posso e non potrò mai.
Siamo cresciuti portandoci dietro il messaggio che ci siamo trasmessi da soli, perciò non proviamo più a liberarci del paletto.
Quando a volte sentiamo la stretta dei ceppi e facciamo cigolare le catene, guardiamo con la coda dell' occhio il paletto e pensiamo:
Non posso e non potrò mai.”

Jorge fece una lunga pausa. Quindi si avvicinò, si sedette sul pavimento davanti a me e proseguì:
“È quello che succede anche a te, Demian. Vivi condizionato dal ricordo di un Demiain che non esiste più e che non ce l'aveva fatta. L’unico modo per sapere se puoi farcela e‘ provare di nuovo.”

“L’ELEFANTE INCATENATO” di Jorge Bucay

giovedì 1 marzo 2018

Quando si ama troppo: la dipendenza affettiva



Robin Norwood, psicoterapeuta americana specializzata in terapia della famiglia, apre il suo libro “Donne che amano troppo“ con la seguente frase:“Quando essere innamorate significa soffrire, stiamo amando troppo“. 

Quando il “troppo amore” è presente nella nostra relazione di coppia allora parliamo di dipendenza affettiva! 

Dopotutto di storie di amore straziante ne son pieni libri, film, trasmissioni tv e fiction che ci rendono sempre più familiare l’idea che il piangere per amore sia assolutamente parte integrante e necessaria affinché la nostra relazione di coppia sia assolutamente quella perfetta. A tutto questo viene a sommarsi la nostra opinione che una lite, un momentaneo abbandono, o addirittura il tradimento siano li dietro l’angolo solo per confermarci che vivere una relazione d’amore perfetta senza metter in conto un minimo di sofferenza è difficile. 

Ora fermiamoci un attimo prima di continuare a parlare di dipendenza affettiva e facciamo subito un po’ di chiarezza su cosa effettivamente è. Allora ognuno di noi almeno una volta nella vita sperimenta quelle che comunemente chiamiamo “pene d’amore” dovute ad una normale dipendenza all’interno di una buona relazione affettiva e amorosa. La dipendenza affettiva fa si che ci si annulli all’interno della relazione mettendo sempre e comunque davanti a tutto i bisogni del partner annullando i propri. 

La persona dipendente non è in grado di prendere delle decisioni da sola, ha un comportamento sottomesso verso gli altri, ha sempre bisogno di rassicurazioni e non è in grado di funzionare bene senza qualcun altro che si prenda cura di lei” (Gabbard, 1995). 

Ma vediamola da vicino cosa è questa dipendenza affettiva. 
Una prima caratteristica della dipendenza affettiva è la difficoltà a riconoscere i propri bisogni e la tendenza a anteporre i bisogni dell’altro sempre e comunque. Quindi non si è in grado di prendere decisioni da soli e si ha sempre bisogno di rassicurazioni. 

Cercano persone che si prendano cura di loro e pur di compiacere l’altro ed evitare il conflitto viene evitata quasi ogni sorta di controversia. Il conflitto è temuto ed evitato per paura di perdere l’altro. Non si arrabbiano adeguatamente con le persone da cui necessitano supporto e accudimento per timore di allontanarle. 

Chi ha una dipendenza affettiva il partner assume il ruolo di un salvatore, diventa lo scopo della propria esistenza, la sua assenza anche solo temporanea provoca un profondo senso di angoscia. 

Le persone dipendenti hanno un’idea di sé pervasa dalla paura di essere sbagliate, inadeguate, incompetenti; ciò le rende insicure e con una bassa valutazione del proprio valore e della propria efficacia. Sono portate a scegliersi partner con caratteri forti, che assumono nei loro confronti comportamenti di controllo e di dominio e la loro paura di essere costantemente inadeguate non fa che rinforzare la dipendenza dall’altro. 

Possiamo definire la dipendenza affettiva come una forma patologica di amore, caratterizzata da una costante assenza di reciprocità all’interno della relazione di coppia. La continua ricerca d’amore ha tutte le caratteristiche della dipendenza da sostanze, tanto da condividerne alcuni aspetti fondamentali: 

· l’ebbrezza: la sensazione di piacere, che il dipendente prova quando è con il partner, gli è indispensabile per stare bene e non riesce ad ottenerla in altri modi; 

· la tolleranza: il dipendente ricerca quantità di tempo sempre maggiori da dedicare al partner, riducendo sempre di più la propria autonomia e le relazioni con gli altri; 

· l’astinenza: l’assenza del partner (anche solo per lavoro ad esempio) getta il dipendente in uno stato di allarme. Talvolta il bisogno della presenza fisica dell’altro è talmente forte che il dipendente sente di esistere solo quando il partner gli è vicino. Il partner infatti è visto come l’unica fonte di gratificazione, le attività quotidiane sono trascurate e l’unica cosa importante è il tempo che si trascorre insieme. 

La guarigione dalla dipendenza affettiva non consiste nel distacco dalla persona o dalle persone da cui si era dipendenti, ma nell’acquisizione di un’autonomia affettiva; questo è ciò che permette di entrare consapevolmente e realmente in relazione con gli altri, perché li vogliamo, perché li scegliamo, non perché abbiamo bisogno di loro per esistere. 

Uno degli obiettivi del lavoro di terapia psicologica quindi è quello di aiutare la persona a svincolarsi dall’altro e trovare una propria autonomia che permette di poter effettuare delle scelte affettive libere e aperte alla reciprocità. 

È importante quindi aiutarle ad agire indipendentemente dagli altri e tuttavia essere in grado di sviluppare relazioni intime e ravvicinate; a separarsi e differenziarsi gradualmente per accrescere la sicurezza in sé stesse. 



Dobbiamo imparare ciò che è amore e ciò che è dipendenza, e modellare in modo più autentico la nostra vita amorosa. Perché uscire dalla dipendenza dall’amore? La ragione più grande è che essa limita e stordisce la nostra crescita come esseri umani e spirituali.
(Brenda Schaeffer)


giovedì 27 luglio 2017

Phubbing: quando il terzo incomodo è lo smartphone!


Proviamo a chiudere gli occhi e immaginiamoci fuori per una serata di festeggiamenti o romantica con con il nostro partner, siamo seduti a cena e lui/lei è di fronte a noi ...e passa la maggior parte del tempo con lo sguardo perso sul suo smartphone, a rispondere su Facebook, a scrivere su Whatsapp, controllare Instagram o twittare etc.; oppure appena c’è un momento morto, lui/lei controlla il suo smartphone; se arriva il suono di una notifica, sistematicamente deve controllare di cosa si tratta altrimenti la serata passa parlando con il pensiero a cosa mai possa essere arrivato … Bene adesso apriamo gli occhi e … alzi la mano chi non si è mai trovato in una situazione del genere. Con buona probabilità si tratta di un comportamento noto a tutti.
Proprio per l’effetto dilagante di questo comportamento gli americani hanno coniato un nuovo termine: phubbing. Si tratta di una parola che deriva dall’unione di due termini, phone (telefono) e snubbing (trascurare). Il phubbing, quindi, indica l’atto di trascurare qualcuno, metterlo da parte, mentre si è in sua compagnia, dedicando tutte le sue attenzioni al proprio telefono. 
È un fenomeno relativamente nuovo, che ha ancora ricevuto poca attenzione dal mondo della ricerca. Recentemente i ricercatori James A. Roberts e Meredith E. David, hanno sviluppato una scala per riuscire a misurare il livello di Phubbing attraverso Item tipo: il mio partner mette il suo cellulare in un posto visibile quando siamo insieme; il mio partner tiene il suo cellulare in mano quando è con me; se c’è una pausa nella conversazione, il mio partner controlla il suo cellulare etc etc.
Lo studio indaga quindi il phubbing messo in atto nei confronti del proprio partner, e l’impatto di questo comportamento nella vita di coppia e del singolo. Per rilevare il fenomeno, gli autori hanno costruito questo questionario ad hoc per identificare e quantificare l’entità di phubbing messo in atto dal partner. Il questionario è stato poi somministrato a un campione di 145 partecipanti.
Attraverso questo studio sono riusciti a comprendere quanto il phubbing abbia un effetto indiretto sul livello di benessere e di depressione del partner, agendo attraverso la riduzione della soddisfazione di coppia e della soddisfazione del quotidiano. Anche se sembra apparentemente insignificante guardare ogni tanto il telefono ci suggerisce che questi pochi secondi iniziano a pesare sulla mente del partner che invece si trova di fronte e cerca di iniziare un dialogo, e contribuiscono ad una sensazione di insoddisfazione e inadeguatezza, all'interno del relazione. Il phubbing è quindi un campanello d'allarme sociale che non andrebbe affatto sottovalutato, soprattutto se ad essere ignorato è il proprio partner: potrebbe essere il segnale di una crisi di coppia latente e pronta ad esplodere.

Ma proviamo a fermarci un attimo a pensare a quanto il nostro smartphone stia influenzando la nostra vita di coppia e sociale. Scansioniamo mentalmente le nostre giornate e prendiamo semplicemente nota del ruolo che il nostro telefonino ha all’interno della nostra relazione. Dove lo si poggia quando siamo a pranzo con il nostro partner? E mentre siamo sul divano a guardare un film romantico abbracciamo lei/lui o il nostro telefono? Se il nostro partner ci parla di qualcosa di importante e ci arriva una notifica che si fa?

Se rispondendo a queste domande ci accorgiamo che lo smartphone è diventato una presenza ingombrante nella relazione forse è il momento di chiederci se vi sia un significato nascosto dietro questo atteggiamento (ad esempio un modo per sfuggire ai problemi di coppia guardando altrove) o se si tratta solo di una cattiva abitudine. In questo caso impariamo a lasciare lo smartphone in borsa, nella giacca, o in un’altra stanza quando siamo in dolce compagnia. Il nostro rapporto ne trarrà sicuramente giovamento.